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Siria: cuoricini e fucile, il blog ‘romantico’ della jihadista innamorata
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Nelle ultime settimane sempre più giovani donne occidentali sono andate in Siria per unirsi ai gruppi fondamentalisti islamici che combattono il regime del presidente Bashar al Assad. Molte di loro – si parla di diverse decine – sono andate a vivere nel Califfato islamico, il territorio a cavallo tra Siria e Iraq controllato dallo Stato Islamico (ISIS). La maggior parte ha sposato un jihadista, qualcuna è stata reclutata per un corpo di “polizia morale” nella città siriana di Raqqa, qualcun’altra si occupa di gestire delle iniziative per spingere altre donne ad andare a vivere nel Califfato. Si tratta di un fenomeno ancora poco conosciuto, e di cui si è cominciato a parlare sulla stampa occidentale dopo che alcune donne occidentali sono state arrestate dalla polizia britannica e statunitense per dei reati legati alle attività terroristiche dell’IS. È anche un fenomeno molto limitato nei numeri, ma utile per capire delle cose in più sul funzionamento del Califfato islamico in Siria e Iraq.

Quante sono e da dove vengono
La maggior parte delle donne che si sono unite all’ISIS provengono da Francia e Regno Unito, scrive il New York Times, ma anche da Austria, Belgio e Spagna. Non si può definirne con precisione il numero: alcuni analisti parlano del 10 per cento del totale deicombattenti occidentali che si sono uniti all’ISIS finora (ma anche su queste stime ci sono disaccordi: si dovrebbe parlare di oltre 1000 combattenti occidentali, e di circa 200 donne). La maggior parte di loro ha tra i 18 e i 25 anni e almeno un quarto del totale ha compiuto il viaggio verso la Siria con membri della famiglia (mariti, fratelli o padri). Il caso più noto è quello di Khadijah Dare, 22 anni proveniente dal sud di Londra, che nell’agosto del 2014 ha twittato di volere essere la prima jihadista donna a uccidere un ostaggio occidentale (il tweet è stato di pochi giorni dopo l’uccisione del giornalista americano James Foley). Dare è arrivata in Siria dopo avere organizzato il suo matrimonio con un combattente svedese dell’IS di nome Abu Bakr.

Le “spose del jihad”: perché si uniscono all’ISIS
Le “spose del jihad” è l’espressione con cui la stampa occidentale ha cominciato a chiamare le giovani jihadiste che sposano combattenti dello Stato Islamico. In un articolo di approfondimento dedicato alla questione e pubblicato il 6 ottobre scorso su BBC, Katherine Brown, ricercatrice del King’s College di Londra, ha scritto:

«Le famiglie in Francia le cui figlie sono andate in Siria hanno ricevuto delle telefonate da uomini siriani che chiedevano la mano per sposarle, e gli account online di combattenti uomini sembrano essere bombardati da richieste di donne che vogliono diventare le loro mogli.»

Come specifica poi Brown nel resto dell’articolo, il concetto di “spose del jihad” è solo una parte della storia. Queste giovani donne si uniscono all’ISIS perché il gruppo, grazie alla sua propaganda, è riuscito a trasmettere l’immagine di un nuovo e utopico tipo di politica, che si basa sulla partecipazione al jihad e alla creazione di un nuovo stato islamico. Per esempio a Raqqa, città siriana proclamata la capitale dello Stato Islamico, le jihadiste possono unirsi alla cosiddetta “brigata al-Khansaa”, una specie di “polizia morale” formata da sole donne e messa in piedi da una jihadista britannica.

Alcune jihadiste descrivono la loro vita nel califfato come un paradiso per i musulmani: postano dai loro account foto di tramonti, di miliziani sorridenti che tengono in braccio dei gattini, di scene di “vita famigliare islamica”. Altre postano foto di armi e dei loro figli mentre le imbracciano. Una dottoressa malese, convertita e ora conosciuta come Umm al-Baraa, a gennaio ha twittato un messaggio che sintetizza questa combinazione tra violenza e vita: «Lo stetoscopio attorno al mio collo e un kalashnikov sulla mia spalla. Il martirio è il mio sogno più grande».

Reclutamento tramite i social media
Alcune giovani jihadiste che vivono in Siria usano i loro account sui social network per sostenere e aiutare le ragazze occidentali che vogliono andare a vivere nel Califfato islamico. Al-Monitor, un sito che si occupa di cose mediorientali, ha riportato alcuni messaggi di questo tipo pubblicati sui social network: «Abbiamo bisogno di più donne che si prendano cura delle donne e bambini. Non importa se sei giovane o vecchia, con o senza figli, divorziata o vedova. Le donne che sono interessate possono contattarmi in privato», ha scritto una jihadista belga che si è unita allo Stato Islamico. Da mesi, comunque, l’IS sta cercando di attrarre nel Califfato giovani donne: fra le altre cose, ha cominciato a produrre pubblicazioni apposite e a creare forum online di discussione. Il quotidiano britannico Telegraph ha parlato per esempio di un sito che si chiama “Jihad Matchmaker”, non esplicitamente legato all’IS ma che ha l’obiettivo di “mettere in contatto coloro che cercano un matrimonio in Siria secondo le regole halal“, cioè secondo le disposizioni della legge islamica.

La radicalizzazione delle donne che partono per la Siria
Mercoledì 22 ottobre, a nord di Londra, la polizia britannica ha arrestato una donna di 25 anni sospettata di progettare “atti terroristici” legati ai combattimenti in Siria. Il fine settimana precedente tre adolescenti provenienti dalla periferia di Denver, Colorado, sono state fermate mentre stavano per andare in Siria (si tratta di due sorelle di origine somala e un’amica di origine sudanese). Kamaldeeo Bhui, un docente di psichiatria culturale e epidemiologia alla Queen Mary University di Londra, ha detto che le giovani donne musulmane possono radicalizzarsi nella stessa misura degli uomini. Bhui ha detto che “sempre più donne vogliono unirsi al jihad”. Dounia Bouzar, antropologa francese e fondatrice del Center for the Prevention of Sectarian Excesses Linked to Islam, ha detto che nella maggioranza dei casi le giovani donne che cercano il jihad non provengono da famiglie particolarmente religiose: sono normalmente buone studentesse che vogliono andare in Siria a sposare un musulmano devoto o a fornire aiuto umanitario.

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