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Sette mesi in Kenya per un’adozione: “Lasciati soli dall’ambasciata italiana”
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piomarianiLa bambina non può varcare i confini, anche se le leggi italiane consentono l’espatrio di familiari al seguito. Da un anno combatte per ottenere un visto che le consenta di rientrare in Italia con tutta la famiglia, il marito congolese e la loro bambina di sei anni adottata un anno fa in Congo, dove risiedevano. Ma l’ambasciata italiana a Kinshasa non sente ragioni e per la terza volta nega l’autorizzazione alla minore. L’ultimo diniego Laura Ligas, architetto cagliaritano quarantenne, l’ha ricevuto ieri, via mail: «Potremo procedere al rilascio del visto solo quando il provvedimento adottivo sarà dichiarato efficace in Italia». L’ennesimo rifiuto e la situazione è sempre più drammatica: da alcuni mesi Laura e il marito vivono con la bimba a Nairobi (anche per ragioni di sicurezza che ne sconsigliavano la permanenza in Congo), ma a fine mese si ritroveranno per strada, senza casa (ora sono ospiti di un amico) e senza più un lavoro. L’unica speranza, a questo punto, è che intervenga la Farnesina: il caso è già sul tavolo del ministro degli Esteri, a cui è indirizzata un’interrogazione di Caterina Pes, parlamentare sarda. Da Nairobi, collegata su Skype con i genitori che da Cagliari seguono passo dopo passo la vicenda, arriva la voce di Laura: «Speriamo che anche il nostro caso, come quello della famiglia bloccata in Costa d’Avorio, possa risolversi al più presto e felicemente. La nostra famiglia è bloccata in Africa non da un mese ma da ben dodici. Le conseguenze e i danni economici e psicologici di questo atteggiamento ostile del Consolato sono incommensurabili. Pensavamo di sbloccare la situazione ogni mese, incredibilmente è passato un anno, e la nostra stanchezza e l’angoscia crescono. Ho l’impressione che non reggeremo oltre». Intanto la pratica approda anche sul tavolo del Tribunale dei minori di Cagliari.

RenderImage (1)LA STORIA Sono i genitori di Laura, Marco Ligas e Maria Grazia Del Bene, a far conoscere la storia della figlia, partita in Congo nel 2004 per lavorare con “Medici senza frontiere”. Lì conosce Giscard, lavorano assieme, si innamorano e si sposano nel 2005 a Kinshasa, matrimonio poi trascritto in Italia («con 4 anni di ritardo grazie all’ambasciata»). Vivono tre anni a Cagliari ma dal 2008 ritornano in Congo, sempre per motivi di lavoro, per una missione con un’altra Ong. Fin dal novembre 2008 i due giovani accolgono in casa la nipotina di 4 anni, figlia di una sorella di Giscard: sono loro a prendersi cura della piccola e, col consenso della madre, l’adottano nell’aprile 2009. A perfezionare la pratica con sentenza passata in giudicato è un tribunale del posto, secondo la legislazione congolese, trattandosi di una coppia mista italo-congolese residente in Congo, e secondo le indicazioni dello stesso Consolato che allora non fu in grado di orientare diversamente i genitori adottivi. Laura e Giscard vogliono tornare in Italia assieme alla bambina, Lesline, e nella primavera dello scorso anno bussano all’ambasciata per ottenere un visto: è l’inizio dell’odissea, di un incubo che li terrà prigionieri nella loro amata Africa. «Da un anno anche noi stiamo vivendo questo esilio – dicono i genitori – si dice che la tutela del minore debba essere al primo posto, ma quanta ipocrisia: stanno violando un diritto e senza questo visto i nostri giovani non possono più decidere della loro vita». IL CONTENZIOSO Per l’ambasciata l’adozione della bambina non ha praticamente effetto, i genitori devono seguire l’iter dell’adozione internazionale. Da questa motivazione non si scappa. Neppure quando chiedono un visto per soli fini turistici: anche questa strada si rivela impraticabile non venendo riconosciuta la validità dell’adozione. Laura e Giscard, dopo varie consulenze legali, scoprono che c’è un decreto legislativo (il 30 del 2007) in base al quale possono richiedere un visto per familiare al seguito di cittadino europeo: incomprensibilmente anche questo viene negato. Per cercare di risolvere la situazione Laura e Giscard vengono da soli in Italia dove ottengono la conferma che hanno diritto ad avere quel visto. Parte la terza domanda ma arriva, con grande ritardo, anche l’ennesimo diniego. Un’altra batosta per Laura: «Il Consolato continua a riferirsi al visto per adozione, mentre noi abbiamo richiesto il visto per familiare al seguito di cittadino italiano. È un nostro diritto ma l’ambasciata di Kinshasa continua con il suo atteggiamento ostile sorvolando sulla normativa che nel nostro caso stabilisce che l’adozione è regolata dal diritto dello Stato nel quale gli adottanti sono entrambi residenti». In una mail c’è tutta la sua amarezza: «Abbiamo bisogno di tornare a casa anche noi. Abbiamo una casa a Cagliari eppure viviamo da esuli da dodici mesi. La nostra bambina sta vivendo un periodo di estremo stress, per quanto abbiamo cercato di farle sembrare tutto normale, mandandola in un asilo qui a Nairobi ma quest’anno dovrebbe andare a scuola. Da mesi ci chiede “quando andiamo a casa?”». CARLA RAGGIO

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